C’è sempre una storia dietro | 03 - 09 aprile 2026
Le migliori long read dall’Italia e dal mondo
Disertare o morire
di David D. Kirkpatrick sul New Yorker
Da qualche parte, in uno dei piani alti del World Trade Center, esiste un ufficio piuttosto spazioso che negli ultimi anni è rimasto perlopiù vuoto, salvo una receptionist, alcuni vecchi dispositivi di cifratura e la scrivania di un ex operativo della CIA di nome Kevin Chalker, alias Fred E. Snappleton. Durante i suoi sei anni di carriera nell’agenzia, nei primi anni Duemila, racconta lui stesso, il lavoro con cui persuadeva gli scienziati iraniani a disertare fruttò dettagli cruciali sul programma di armi nucleari del loro paese. Le informazioni raccolte nelle sue operazioni sotto copertura, sostiene, “impedirono all’Iran di ottenere la bomba”.
E allora come è finito in un ufficio quasi vuoto a New York? Dopo aver lasciato la CIA, Chalker fondò una società di consulenza, la Global Risk Advisors, che arrivò a impiegare quasi duecento persone, perlopiù ufficiali militari e dell’intelligence, e a fatturare circa cento milioni di dollari l’anno. Ma poi, nel 2018, Chalker fu citato in giudizio da Elliott Broidy, grande finanziatore di Trump, che lo accusò di aver orchestrato attacchi informatici contro di lui e altri per conto del governo del Qatar. Chalker negò le accuse. La causa è stata risolta di recente, ma negli anni i clienti lo hanno abbandonato e i soldi sono finiti.
Nel tentativo di rilanciare la propria immagine di “patriota americano”, Chalker contattò il giornalista investigativo David D. Kirkpatrick, e compì il passo eccezionalmente raro, e piuttosto controintuitivo, di rivelare i dettagli del lavoro che aveva svolto. Il risultato è questa eccezionale storia, avvincente e zeppa di parole in codice, case sicure e intrighi, che offre uno sguardo straordinario sul funzionamento della CIA e mostra fino a che punto l’intelligence statunitense fosse disposta a spingersi pur di ostacolare le ambizioni nucleari dell’Iran.
Chalker era straordinariamente abile nel cosiddetto “approccio a freddo”, nell’avvicinare gli scienziati iraniani e, spesso molto rapidamente, nel convincerli a cambiare schieramento. I suoi sforzi furono molto agevolati dal fatto che molti di loro temevano per la propria vita, dopo che diversi tra i loro colleghi erano stati assassinati in operazioni israeliane. Il calcolo era semplice: disertare o morire. Alla fine, i tre quarti di coloro che Chalker avvicinò scelsero di cooperare. Le informazioni di intelligence che fornirono arrivarono ai livelli più alti del governo degli Stati Uniti, furono condivise con i presidenti e hanno plasmato le operazioni, sia militari che di intelligence, fino all’attuale guerra con l’Iran.
Come la Russia ha trasformato in un’arma il freddo inverno ucraino
di C.J. Chivers sul New York Times Magazine
Un reportage da un quartiere di Kyiv alle prese con le condizioni di vita più dure dalla Seconda guerra mondiale.
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Il dilemma della decapitazione
di Martin Sandbu sul Financial Times
A lungo considerata disonorevole o controproducente, l’idea di prendere di mira i leader nemici si sta normalizzando. Che cosa perdiamo, insieme al tabù? Un saggio.
Il meme di un gatto e la più potente arma informatica del mondo
di Robert McMillan sul Wall Street Journal
Benjamin Brundage, studente dell’ultimo anno al Rochester Institute of Technology, ha intrapreso una propria indagine su un’organizzazione che stava lanciando i più grandi attacchi informatici mai visti. Gli investigatori non sapevano chi avesse costruito questa potente arma informatica, né come. Brundage cominciò a scambiarsi messaggi online con un utente anonimo che sembrava avere informazioni dall’interno dell’organizzazione, e ottenne informazioni cruciali dopo aver inviato un meme con un gatto per alleggerire l’atmosfera. Brundage si è poi unito a un team che portò alla luce una nuova vulnerabilità di internet che minacciava decine di milioni di consumatori e fino a un quarto delle aziende del mondo. Le sue scoperte impressionarono diversi ricercatori esperti, comprese le forze dell’ordine federali, che hanno recentemente agito contro l’organizzazione criminale.
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Come si spiega la potenza manifatturiera di Apple
di Patrick McGee sul Financial Times
Come un corso di management poco noto ma altamente influente nel Giappone del dopoguerra ha spianato la strada all’ossessione di Steve Jobs per la qualità.
È sbagliato scrivere un libro con l’AI?
di Joshua Rothman sul New Yorker
La natura dell’autorialità non è così lineare come sembra. Un saggio brillante, firmato da un autore mai banale.
Una storia segreta della psicosi
di Ellen Barry sul New York Times
Quando Cohen Miles-Rath entra in casa di suo padre, la storia della sua psicosi è proprio lì, davanti a lui.
C’è il punto in cui si trovava quando ricevette sul telefono un messaggio criptico: il diavolo era entrato nel corpo di suo padre. C’è il cassetto in cui vide un coltello il cui manico era bianco: il colore di Dio!
Cohen Miles-Rath sentiva voci che gli dicevano di uccidere suo padre. Quando passarono, trascorse anni a ripercorrere i suoi deliri.
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Robyn, e solo Robyn
di Jia Tolentino sul New Yorker
Avrai ascoltato sicuramente “Dancing On My Own” di Robyn, nel 2010 fu la hit dell’anno. Con una prosa elegante e il respiro narrativo tipici della sua scrittura, Jia Tolentino ci trasporta da una pista da ballo di Brooklyn all’appartamento della popstar svedese a Stoccolma, dove ci accolgono due passeggini all’ingresso, perché Robyn è da poco diventata madre. “La musica fa qualcosa al mio corpo che solo il sesso riesce a fare”: questo è proprio uno di quei pezzi in cui il soggetto è molto più affascinante di quanto avresti potuto immaginare.
Jia Tolentino è autrice della raccolta di saggi Trick Mirror. Le illusioni in cui crediamo e quelle che ci raccontiamo, pubblicata dalla nostra casa editrice NR edizioni
Dammi il tempo
di Davide Re su Mezza Riga
Continuiamo a leggere le carriere come traiettorie uniche, quando in realtà sono fatte di interruzioni, deviazioni, seconde possibilità. Non linee, ma spirali, come il DNA. C’è una dimensione tecnica, certo. A volte un giocatore non esplode perché si allena nel modo sbagliato, perché è dentro una relazione tecnica che non funziona. Basta cambiare allenatore, metodo, ambiente. Basta uscire da una tensione, da un blocco, da un’idea di sé che non corrisponde più alla realtà. Il tennis è pieno di queste piccole rivoluzioni silenziose. Ma accanto alla tecnica c’è qualcosa che non si insegna. La capacità di restare. Anzi, il reclamare il diritto di restare. Di attraversare il tempo senza farsi definire dal risultato immediato.
Il tennis, come la vita, non è lineare. Non siamo definiti da una stagione, da un risultato, da una classifica. Possiamo cambiare e diventare quello che non siamo stati prima. Non importa quando.
Ritratti, reportage, approfondimenti e saggi personali firmati da autori diversi per ogni numero: Mezza Riga è una newsletter di giornalismo letterario sul tennis. Curata da Simone Spetia, prodotta da NightReview e NR edizioni. Iscriviti alla newsletter, è gratuita.
Endo sogna il sushi
di Kieran Morris sul Guardian
A Endo Kazutoshi sono serviti decenni per diventare uno dei più grandi chef del mondo, solo per vedere tutto minacciato da un incendio devastante. Questo ritratto lo segue mentre viaggia nel suo paese, il Giappone, per andare a trovare le persone che hanno contribuito a renderlo ciò che è.












