Disertore. Una storia d’amore e di guerra
Un estratto dal libro di Sarah A. Topol, pubblicato da NR edizioni
Questa è una delle rare eccezioni che facciamo all’invio del venerdì sera. Ma accade solo quando ne vale la pena.
Con la nostra NR edizioni, abbiamo l’ambizione di essere la casa della nonfiction. E da oggi nella nostra casa trovi questo straordinario lavoro giornalistico: un reportage narrativo che ha vinto i più prestigiosi premi internazionali, dopo essere stato pubblicato sul New York Times Magazine occupando un intero numero (sì, anche questa newsletter l’aveva suggerita come lettura). È una storia talmente ben costruita, e alla quale mi sono talmente affezionato sin dal primo momento che non solo, insieme all’autrice, abbiamo deciso di adattarla per un libro, ma che alla fine ho tradotto personalmente in italiano.
Per raccogliere tutto il materiale necessario, Sarah A. Topol ha incontrato 18 disertori russi in quattro continenti e otto paesi, come racconta nell’introduzione che ha scritto per questa edizione italiana (in realtà, unica edizione, perché ad oggi non esiste un’edizione statunitense). Nelle prime pagine del libro, che puoi leggere qui sotto, Sarah spiega anche il suo metodo di lavoro sul campo, come e perché ha scelto i protagonisti della storia, Ivan e Anna, oltre all’estremo anonimato necessario, perché il Cremlino insegue i disertori in tutto il mondo, per anni: la defezione dal sistema di Putin è una condanna senza fine.
È certamente una delle storie più importanti di questo tempo, oltre che del terribile conflitto che dura da quasi quattro anni.
Buona lettura,
Gianluca
Lui non voleva combattere la guerra di Putin, voleva solo sopravvivere. Ma per tornare dalla sua famiglia e salvarsi, doveva trovare un modo per fuggire.
Ivan e Anna sono cresciuti sotto il regno di Vladimir Vladimirovich; non hanno mai partecipato a vere elezioni, né si sono mai chiesti cosa facesse il Cremlino nel mondo. A differenza della generazione dei loro genitori, entrata da sonnambula nell’autocrazia e che aveva imparato a cavarsela nella povertà, sono diventati adulti in un’epoca di ottimismo e boom petrolifero. L’esercito russo offriva una via verso la stabilità, e non c’era nulla di vergognoso nel servire la patria.
Cresciuto in una famiglia di militari, Ivan era stato educato ai valori patriottici; dopo essere diventato un ufficiale, si era costruito con Anna una vita fatta di disciplina e sogni ordinati: lavorare duramente per comprare un appartamento, migliorare le proprie condizioni e diventare genitori. I “grandi progetti per la loro piccola vita” sarebbero stati spazzati via da macchinazioni geopolitiche ben più distruttive.
Disertore racconta la storia di un soldato che, dopo aver servito come capitano nell’esercito russo e combattuto in Ucraina, decide di abbandonare il suo paese. È una storia d’amore e disincanto, un’odissea di fuga e un crudo resoconto del conflitto. Ma è anche un ritratto rivelatore della decomposizione dell’apparato militare russo – la sua brutalità, il suo caos, la sua corruzione – e del crollo morale di un intero sistema che pretende fedeltà assoluta in cambio della vita stessa. Un viaggio nella mente di un paese: un mosaico di apatia, obbedienza e rivolta improvvisa, sempre soffocata sul nascere.
Questa non è una storia di eroi o di coraggio, né di un valoroso vincitore o di una vittima inerme. È una storia sui pericoli di un atto di indipendenza dopo una vita di conformismo, e su come la defezione dal sistema di Putin sia una condanna senza fine.
Disertore. Una storia d’amore e di guerra è disponibile sul bookshop di NR edizioni, e si può acquistare anche sui principali store online come Amazon oppure IBS, e nelle librerie, ovviamente. E se la tua libreria di fiducia non dovesse averne una copia, può ordinarla scrivendo a info@nredizioni.it
Sarah A. Topol è una pluripremiata giornalista, inviata speciale del New York Times Magazine. Da oltre un decennio realizza reportage da oltre quaranta paesi tra Medio Oriente, ex Unione Sovietica, Asia e Africa, grazie ai quali ha vinto numerosi premi, tra cui due National Magazine Award, un George Polk Award’s Sydney Schanberg Prize, due Overseas Press Club Award. I lavori di Sarah sono stati pubblicati anche su The Atlantic, Businessweek, Esquire, Foreign Policy, Harper’s, Newsweek, New York Magazine, Politico, e altri media. È cresciuta a New York City e parla fluentemente il russo; ha vissuto al Cairo e a Istanbul. Oggi vive tra Lisbona e New York.
Qui di seguito trovi le prime pagine del libro.
Quando ho iniziato a lavorare a questa storia, ho incontrato il gruppo Idite Lesom, che aiuta i soldati russi a fuggire dalla guerra in Ucraina, sia che abbiano già combattuto in prima linea sia che stiano cercando di evitare la missione. Ho trascorso alcuni giorni a conoscere più da vicino le attività dell’organizzazione e ad approfondire le circostanze di ufficiali, soldati, civili richiamati, coscritti e disertori.
Idite Lesom mi ha messo in contatto con alcuni disertori, e ho cominciato a intervistarli online attraverso una specifica app, che il gruppo ritiene particolarmente sicura.
Una delle prime cose che mi ha colpita è stata scoprire quanto, nella maggior parte dei casi, la decisione di arruolarsi fosse dettata da motivazioni economiche, e quanti benefici l’esercito russo prometta ai giovani (quasi esclusivamente uomini) per convincerli ad arruolarsi. In passato avevo lavorato a una storia sui veterani emarginati delle forze armate che vivono nei territori e nelle colonie statunitensi: anche lì la spinta era in gran parte economica, ma accompagnata da una forte dose di patriottismo radicato. Per il soldato russo medio, invece, non sembrava affatto così (naturalmente, il gruppo con cui ho parlato potrebbe non rappresentare il “soldato russo medio”, ma persino quando si riferivano ai loro ex commilitoni non citavano il patriottismo o l’amore per il proprio paese come motivazione principale; in Russia lo stipendio medio annuo è di circa 11 mila dollari; il bonus di arruolamento, oggi, supera i 20 mila). Per principio, non chiedo mai a qualcuno di parlare di ciò che non vuole. Ho detto a quegli uomini che volevo conoscere le loro vite e ciò che avevano vissuto, pur essendo consapevole di quanto fosse per loro rischioso parlare con una giornalista. Dopo aver intervistato online una dozzina di disertori, ho deciso che era arrivato il momento di cominciare il reportage sul campo.
Come parte del mio lavoro, ho visitato diversi paesi dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (la OTSC è la risposta russa alla NATO, che comprende Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan) e ho iniziato a incontrare i disertori in luoghi pubblici. L’ho fatto per la loro sicurezza e per la mia. Volevo che potessero andarsene in qualsiasi momento, che avessero spazio e controllo, così come la possibilità di capire se fossero stati seguiti e di vedere che ero una donna, lì da sola. La maggior parte delle persone incontrate l’ho intervistata tre volte, in totale tra le cinque e le dieci ore ciascuna. Ho seguito questo metodo anche con chi, sapevo, non sarebbe stato protagonista della storia: l’obiettivo era capire meglio come funziona l’esercito russo e distinguere ciò che è esperienza comune tra reparti, basi, uffici del personale e gradi, da ciò che invece è esperienza individuale.
Sappiamo poco di ciò che accade dietro le quinte delle forze armate americane, figuriamoci di ciò che succede in Russia. Esiste ancora il nonnismo? Come funziona l’accademia? Di cosa si parla in una base? Come si parla di Vladimir Putin? E delle notizie? E della guerra in Ucraina? Come si rivolgono gli uomini l’uno all’altro? Com’è l’assistenza medica? Come funziona la mensa di una base? Cosa fa il medico militare ogni giorno? Per esempio, un medico mi ha raccontato che tra i suoi compiti quotidiani c’erano il controllo delle mani e delle unghie del personale addetto alla mensa e l’analisi del cibo per assicurarsi che non fosse avvelenato. Cosa fanno gli uomini per divertirsi durante la licenza? Quanto è rigido il sistema tra ufficiali e truppa? Quali sono i rituali che rendono russo il servizio militare russo? Ho parlato con diversi uomini dei preparativi per la parata del 9 maggio, la Giornata della Vittoria (i giovani si esercitano a marciare all’unisono per quasi un anno, a partire dalla posizione esatta di dita e pollici).
Tutto ciò richiede tempo, oltre a pazienza e collaborazione delle fonti. Questo contesto è necessario per scrivere una storia peculiare come quella che spero di aver scritto e per far luce sulle realtà del servizio militare russo. Molti degli uomini con cui ho parlato erano confusi – non ero lì per fare domande sulla diserzione? – ma anche rincuorati dal sapere che non stavo preparando un racconto sensazionalistico. Erano piuttosto nervosi all’idea, e sono servite parole e persuasione per rassicurarli che il mio unico interesse fosse la verità della loro esperienza. Volevano che cogliessi fino in fondo quanto si fossero sentiti senza alternative; molti mi hanno chiesto più e più volte cosa avrei fatto io al loro posto.
Ho incontrato 18 disertori in quattro continenti e otto paesi. Spesso erano troppo nervosi per parlare in un bar, perché molti dei luoghi in cui ci siamo visti erano frequentati da persone che capivano il russo, così ho passato parecchio tempo all’aperto, in vari parchi. Uno di loro, con cui ho parlato in videochiamata dopo aver lasciato il suo paese, ha tenuto il passamontagna per tutto il tempo: era seduto da qualche parte all’aperto e non voleva che qualcuno di passaggio lo sentisse parlare, lo rintracciasse e poi lo uccidesse. È stato l’unico disertore a dirmi di essersi arruolato per puro entusiasmo, anche se non tanto per patriottismo russo, quanto per vivere la guerra come un’avventura romantica. Avrebbe voluto completare il servizio di leva, ma non aveva superato le visite mediche ed era stato scartato; poi, con l’allentamento dei requisiti militari, aveva potuto finalmente dimostrare a se stesso di essere un uomo. Si era reso conto di non amare affatto la guerra. E sua figlia non aveva neppure ottenuto i benefici economici o scolastici promessi al momento della firma del contratto.
Se un disertore era fuggito insieme alla compagna o al compagno, chiedevo sempre di poter parlare anche con lei o con lui. Ero curiosa delle persone che questi uomini lasciavano dietro di loro quando partivano per il fronte. Mogli, fidanzate e fidanzati hanno accettato tutti di parlare con me. In questo modo sono anche riuscita a incrociare molte informazioni su ciò che accadeva in Russia, nelle case, al momento della mobilitazione. Ho parlato anche con numerose ONG e gruppi della società civile che aiutavano gli emigranti russi.
Sono rimasta in contatto online con la maggior parte dei disertori dopo averli incontrati. È stato sorprendente vedere quanta fiducia avessero in me molti di loro, e allo stesso tempo quanta paura avessero di chiunque altro. Mi hanno mostrato i documenti militari, i veri documenti d’identità e, se le avevano, fotografie di loro stessi al fronte (alcuni hanno chiesto di vedere i miei documenti d’identità); ho letto le chat di gruppo su Telegram a cui avevano partecipato; e mi hanno anche parlato dei loro comandanti, delle loro unità e delle loro mansioni. Ero interessata alla vita prima dell’invasione: com’era servire lo Stato, cosa significava completare il servizio di leva, quali erano i rituali e le tappe della carriera militare russa, e com’erano i rapporti tra ufficiali e kontraktniki, i militari a contratto.
Ogni disertore con cui ho parlato aveva una storia affascinante sulla fuga dalla Russia. Un uomo ha organizzato un gruppo di subordinati per spararsi a vicenda alla coscia, allo stinco o al braccio. Un altro era scappato, si era rifugiato in un’altra città russa ed era stato seguito fin lì da agenti dell’FSB; era poi fuggito in una seconda città, dove gli stessi agenti si erano piazzati in attesa davanti a casa sua. Era un civile, un camionista convocato dopo la mobilitazione. Quando gli ho chiesto perché lo Stato russo investisse così tanto tempo ed energie su un solo uomo, mi ha risposto che anche lui non ne aveva la minima idea. Un altro dei convocati dopo la mobilitazione era semplicemente uscito da un buco, che tutti sapevano esserci, nella recinzione della base. Insieme a sua madre si erano nascosti dalle autorità, prima che lei lo aiutasse a fuggire dal paese. Un’altra madre aveva caricato suo figlio in macchina due giorni dopo l’annuncio della mobilitazione, quando gli era stato comunicato che sarebbe andato al fronte; aveva guidato per oltre venti ore fino al confine, e lì avevano atteso altre otto ore per attraversarlo (ho incrociato molte storie di madri straordinarie). Ho sentito anche di uomini che avevano perso la propria famiglia perché si erano rifiutati di combattere: mogli che li tenevano lontani dai figli, genitori che disapprovavano e con cui quei giovani avevano tagliato i contatti.
Quando io e Ivan abbiamo iniziato a parlare, sono stata subito attratta dalla sua storia per l’ingegno con cui aveva ideato piani e stratagemmi per fuggire, e per tutte le complicazioni che ha incontrato lungo il percorso per lasciare la Russia. Appena cominciavamo una conversazione, Ivan si tuffava nelle descrizioni con grande dovizia di particolari: mi forniva link, coordinate di Google Maps, fotografie; era metodico nel raccontare la sua storia quanto lo era stato nel viverla. Ogni volta che doveva interrompere la telefonata per andare al lavoro, restavo col fiato sospeso, anche se conoscevo già la fine della storia. La cura con cui Anna e Ivan avevano pianificato nei minimi dettagli la loro fuga mi sembrava straordinaria.
Ero attratta anche da ciò che il suo racconto sembrava rivelare sulla storia russa e sull’evoluzione dell’esercito dalle macerie dell’ex Unione Sovietica, così come dalla mentalità in cui Ivan era stato immerso sin dall’infanzia – quel senso del “servire”, il patriottismo. Anche lui sembrava molto determinato ad aiutarmi a comprendere le realtà della vita militare e il processo di disillusione che aveva lentamente eroso le sue idee romantiche di avventura e di difesa della patria.
Ho affrontato la stesura di questo testo e la verifica della storia di Ivan con lo stesso scetticismo rigoroso e la stessa attenzione che applico a ogni mio lavoro. Io e Ivan abbiamo trascorso ore in una sala conferenze di un hotel a ripercorrere nei dettagli la sua vita (sua moglie, Anna, non voleva che entrassi in casa loro). Mi ha mostrato centinaia di pagine di documenti che confermavano il suo racconto – molti dei quali riportavano il suo nome e la sua fotografia – tra cui il rapporto di rifiuto, la richiesta di riqualificazione firmata dal suo comandante e le carte d’imbarco per i voli verso la sua destinazione finale. Mi ha mostrato fotografie che aveva scattato, e che gli erano state scattate, nel corso della sua vita e della sua carriera militare, e abbiamo letto insieme la cronologia delle sue chat personali. Ho, inoltre, verificato parti della sua storia con due militari della sua base. Ulteriori conferme sono arrivate da notizie di stampa, analisi open source ed esperti, oltre che dai canali Telegram in lingua russa di mogli e soldati.
La partecipazione di Anna è stata di un tenore diverso. Faccio la giornalista da oltre quindici anni, ma non so se mi sia mai capitato di condurre interviste tanto approfondite e intime con qualcuno che, in realtà, non voleva parlare con me. Percepivo il suo profondo conflitto interiore, e sentivo quanto lo stesse facendo per Ivan. Eppure, dopo la mia partenza, lei ha continuato a cercarmi. Come suo marito, una volta impegnata in qualcosa, ci si dedicava fino in fondo. Ho intervistato e comunicato con Anna e Ivan separatamente, non solo perché sono due individui distinti, ma anche perché questo mi ha permesso di confrontare e verificare i loro ricordi e racconti.
Critici del regime russo in tutto il mondo sono spesso finiti braccati, minacciati o uccisi, in particolare quelli che avevano prestato servizio in varie forme e che poi hanno parlato apertamente. Giornalisti e attivisti, persone che il grande pubblico ha raramente sentito nominare, sono stati avvelenati, picchiati, colpiti con sostanze chimiche in pieno volto. Visti questi precedenti, mi era chiaro che Ivan e Anna non saranno mai davvero al sicuro dalla minaccia di cattura o rappresaglia. Abbiamo concordato che avrei mantenuto i dettagli della loro biografia abbastanza vaghi da proteggere il più possibile la loro sicurezza. È per questo che ho utilizzato degli pseudonimi: per Anna, per Ivan e per la loro prole (anche in questa edizione italiana, nonostante la lingua imponga di marcare il genere in molte occasioni, con il traduttore abbiamo trovato formulazioni il più naturali possibile per evitare di identificare il genere della persona che Anna e Ivan stavano crescendo), così come per altri citati nella storia, identificati o tramite la traduzione del loro vero soprannome militare, o con la prima lettera del loro vero nome o del loro soprannome militare.



